Il principio di coerenza dell’impegno sociale cattolico nella Rerum novarum

Intervento alla Scuola di Dottrina sociale della Chiesa di Trieste

Giovedì 9 giugno 2016 si è conclusa la Prima Sessione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per la Formazione all’impegno sociale e politico della Diocesi di Trieste. Pubblichiamo la lezione che per l’occasione l’Arcivescovo Mons. Giampalo Crepaldi ha tenuto ai partecipanti presenti in aula e ai frequentanti a distanza.

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Quest’anno si celebrano i 125 anni dell’enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII. L’enciclica porta infatti la data del 15 maggio 1891. La Scuola di Dottrina sociale della Chiesa che frequentate, che conclude oggi la Prima Sessione di sette incontri, non presenta analiticamente le singole encicliche sociali dei Pontefici, ma lascia questo compito ai singoli frequentanti. Anche la Rerum novarum dovrebbe essere da voi letta, soprattutto perché è considerata la prima ed anche perché di breve e semplice lettura. Incontrandovi questa sera, ho allora pensato di leggere anch’io una piccola parte di questa enciclica, per proporvi alcune mie riflessioni. Il passo che leggeremo è di 125 anni fa, ma spero di riuscire a mostrarvene l’attualità. Non bisogna infatti scartare troppo frettolosamente le cose “vecchie”. A distanza di anni o addirittura di decenni possono rivelare preziose indicazioni.

Sceglierò un punto che possiamo considerare “minore” e su cui si sorvola molto facilmente. Mi riferisco al luogo in cui Leone XIII parla dell’adesione degli operai cattolici alle associazioni di lavoratori del tempo.

L’associazionismo operaio e cattolico in particolare

Leone XIII propone che gli operai, e gli operai cattolici in particolare, si organizzino per difendersi dalla “cose nuove” (Res novae) negative che la società industriale e le ideologie che la animano hanno portato con sé. La Rerum novarum vi dedica i paragrafi finali, dal  36 al 44.

Innanzitutto, vi si dice che il diritto di associazione è naturale e che le associazioni tra cittadini precedono lo Stato. Esse hanno carattere privato se perseguono fini privati e carattere pubblico se hanno come scopo il bene comune (37). Anche i sodalizi della Chiesa devono godere di questo diritto, mentre spesso lo Stato di allora ne confiscava i beni e li privava di personalità giuridica, atteggiamenti che la Rerum novarum condanna con decisione (39). Il diritto della Chiesa si fonda quindi anche sul diritto naturale e non su un privilegio ecclesiastico.

Vorrei notare di passaggio due aspetti interessanti di questo punto. La distinzione tra associazioni private, il cui scopo è il bene dei soci, e associazioni indirizzate al bene comune e quindi aventi valenza pubblica è oggi di grande importanza. Nell’attuale confusione tra diritto privato e diritto pubblico il confine non è più ben chiaro. La famiglia, per esempio, dovrebbe essere considerata una società naturale e quindi originariamente e strutturalmente ordinata al bene comune e meritevole di protezione politica in quanto tale, mentre viene spesso considerata una aggregazione sociale privata sganciata da ogni riferimento al bene comune e comunque meritevole di riconoscimento giuridico e di protezione pubblica. Si tratta, evidentemente, di una contraddizione. Ha origine qui anche la legislazione che prevede il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali, in quanto “aggregazione sociale” (articolo 2 dell’attuale Costituzione italiana) e non in quanto “società naturale” (articolo 29). Leone XIII faceva questa distinzione sulla base del concetto di “fine”: un fine pubblico oppure un fine privato, ma la concezione del fine, a cui era collegata la nozione di diritto, è oggi stata abbandonata e sostituita con quello di diritto individuale e soggettivo, indipendentemente dal fine che avvalendosi di questi diritti si vuole raggiungere. Situandosi non sul fine ma sui diritti soggettivi diventa impossibile distinguere tra pubblico e privato e quindi anche tra associazioni finalizzate al bene comune e associazioni finalizzate al bene individuale dei soci. Lo stiamo sperimentando.

Il secondo aspetto notevole di questo passaggio della Rerum novarum è che i diritti dei sodalizi cattolici, quindi della Chiesa stessa, nei confronti dello Stato sono fatti dipendere dal diritto naturale di associazione. La Chiesa appartiene alla società civile che, dice l’enciclica, precede lo Stato. Certamente lo Stato può vietare l’esercizio di questi diritti che lo precedono quando essi pongano in pericolo altri beni pubblici come la giustizia o la pace, ma non può intervenire arbitrariamente conculcando il diritto naturale di associazione delle persone, delle famiglie e dei gruppi sociali intermedi. Anche oggi la Chiesa rivendica in molte parti del mondo questa sua libertà, fondata sul diritto naturale e si oppone alle violenze, alle discriminazioni e alle angherie dei poteri politici nei confronti dei suoi sodalizi. Questa giusta prospettiva non deve però confonderci e indurci ad equiparare i diritti della Chiesa cattolica verso lo Stato a quelli di qualsiasi altra associazione o confessione religiosa. Sarebbe una riduzione della giusta pretesa della Chiesa cattolica. Essa, infatti, non ha solo il diritto di essere rispettata dallo Stato nell’ambito della società civile, ma ha anche il diritto di orientare lo Stato verso il vero bene della società, essendo essa la depositaria e la conservatrice dello stesso diritto naturale a cui poi si appella per difendere i propri sodalizi dalle invadenze statali.

Le associazioni “rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico”.

Ma con ciò non siamo ancora arrivati all’aspetto che maggiormente mi interessa. L’associazionismo, continua la Rerum novarum, si è diffuso molto anche tra gli operai. La cosa è legittima e auspicabile, però Leone XIII mette in guardia da un pericolo: talvolta queste associazioni sono «rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico». Ed ecco la proposta del Papa: «In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose per la religione, o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell’uomo?» (40).

Ma c’è anche qualcosa di più. Dopo aver esaminato le caratteristiche che le associazioni operaie devono avere per poter funzionare e raggiungere i loro obiettivi (nei paragrafi 42 e 43), Leone XIII torna sull’argomento delle associazioni “cattoliche” nel paragrafo 44 e sostiene che, tra i loro fini, accanto alla soluzione dei problemi concreti degli operai, c’è anche l’evangelizzazione: “Ne seguirà poi un altro vantaggio, quello cioè di infondere speranza e facilità di ravvedimento a quegli operai ai quali o manca la fede o la buona condotta secondo la fede”.

Eccoci arrivati ai due aspetti che ci interessano particolarmente.

Il primo dice che i cattolici, quando si associano e si impegnano nella società, non possono collaborare con tutti, diversamente da quanto in genere si sostiene oggi. Ai nostri giorni prevale infatti l’idea che il cattolico debba aprirsi alla collaborazione generale, mentre invece, secondo Leone XIII, così facendo rischia di collaborare a finalità sbagliate, negative sia per l’uomo che per la religione cattolica (e di solito sappiamo bene che le due cose vanno insieme). Non è sufficiente che una associazione persegua alcune finalità buone accanto ad altre cattive per meritare la collaborazione dei cattolici. Siccome non si può perseguire il bene facendo il male, il cattolico non può aderirvi, non potendo egli scorporare le finalità buone da quelle cattive e contribuendo quindi con la sua collaborazione e alle une e alle altre.

Vorrei fare qui degli esempi pratici. Nel campo dell’assistenza internazionale le Ong cattoliche si trovano a collaborare con altre Ong o con organismi e agenzie internazionali che non condividono la stessa antropologia. L’impegno per i diritti umani viene inteso da queste Ong anche come estensibile alla cosiddetta “salute riproduttiva”, che prevede sterilizzazione forzata e aborto. L’ONU ha associato il Consenso del Cairo, comprendente appunto la salute riproduttiva estesa anche al gender, al rinnovo degli obiettivi del Millennio per il periodo 2016-2030. Ciò significa che l’impegno per i diritti umani (accesso all’acqua potabile oppure accesso delle donne all’istruzione…) sarà istituzionalmente collegato con la promozione dell’aborto, anche chimico. E’ chiaro che in questi casi si pone il problema segnalato sopra: le Ong cattoliche possono collaborare? Ove il fine buono è scorporabile da quello cattivo sì, ma in altri casi no.

Il problema si pone anche qui, nelle nostre società. Il cattolico è convinto che bisogna promuovere la parità di dignità tra uomo e donna, però non può collaborare con associazioni che stravolgono questo discorso con un femminismo ideologico o con l’ideologia del gender. Il cattolico sa di doversi impegnare nella lotta contro l’Aids, ma non aiutando associazioni che pensano di farlo distribuendo contraccettivi – compresi quelli cosiddetti di emergenza che possono risultare abortivi – facendo gli interessi dei grandi gruppi farmaceutici. L’antropologia cristiana non glielo permette. E’ certamente possibile per una associazione cattolica gestire un progetto di intervento sociale in convenzione con un Comune, ma se poi questo comporta di sostenere una giunta comunale che con le sue politiche distrugge la famiglia la cosa diventa illecita.

Come si vede, l’avvertimento di Leone XIII, ancorché oggi ampiamente inascoltato, rimane di grande importanza. Oggi, dicevo, non la si pensa più così. Credo che il cambiamento di prospettiva sia dovuto soprattutto al mutamento del rapporto Chiesa-Mondo propugnato da alcune correnti teologiche. Non è questo il luogo opportuno per approfondire questo aspetto, e quindi basterà un cenno. Per alcuni teologi che non si rifanno ai presupposti filosofici e teologici a cui si rifaceva di Leone XIII, il mondo è il luogo in cui Dio si rivela nel cammino della storia dell’umanità a cui anche la Chiesa appartiene. Questa deve, quindi, stare pienamente nel mondo, imparare dal mondo, camminare insieme con tutti sapendo che in questa storia non ci è mai dato di vedere pienamente la verità. Per questo motivo sparisce la stessa necessità espressa da Leone XIII di avere delle associazioni cattoliche a difesa della prospettiva cattolica considerata nella sua completezza. A ciò si aggiunge un altro elemento complementare. Siccome ogni persona – si dice – è una realtà molto complessa e nessuna è completamente santa o peccatrice, bianca o nera, buona o cattiva, ci si deve accompagnare con tutti, discernendo nel dialogo le vie da seguire e le cose da fare. Credo che sia per questi due motivi, qui molto sommariamente richiamati, che ci sono cattolici impegnati a collaborare con associazioni, per esempio,  di orientamento radicale, senza comprendere la inoportunità di questa collaborazione.

A quanto detto si può poi aggiungere un altro spetto, oggi particolarmente evidente. I cristiani danno la loro collaborazione a tante iniziative di solidarietà e di umanesimo orizzontale senza portare il loro contributo per innalzarle al livello verticale e trascendente. E’ il caso della militanza cattolica per l’ambiente o per la pace, anche in collaborazione con altre organizzazioni che dell’ambiente danno una versione solo naturalistica e della pace danno una versione solo sociologica. Ci si chiede: i cattolici non dovrebbero collaborare? Bisogna dire che in certi casi l’impegno per l’ambiente e la pace è talmente carico di significati panteisti, naturalisti, animalisti, ideologici che la collaborazione risulta improponibile. In qualche caso essa è possibile, a patto che i cattolici non dimentichino di apportare la loro specificità. Per l’ecologia questa specificità consiste nel parlare non della natura ma del creato, per la pace questa specificità consiste nel dire che il mondo non se la può dare da sé.

Come scopo ultimo l’evangelizzazione

Il secondo elemento del passaggio della Rerum novarum visto sopra è quello della finalità evangelizzatrice. In questo passo Leone XIII presenta già la Dottrina sociale della Chiesa come “strumento di evangelizzazione”, come dirà poi Giovanni Paolo II. Certamente, non si tratta di fare proselitismo, ossia di scambiare la solidarietà sociale, che va data a tutti, con l’adesione alla religione cattolica, ma di dare testimonianza e di annunciare, anche all’interno dell’azione sociale, economica e politica, la fede cattolica in tutte le sue esigenze. Interessante che Leone XIII parli qui sia di ravvedimento morale che di ravvedimento religioso che gli operai cattolici potrebbero indurre nei loro compagni di lavoro, tenendo quindi unite le due cose.

Oggi, dopo la cosiddetta “svolta antropologica” non si dice più così, perché sembrerebbe che la fede religiosa cattolica fosse qualcosa che strumentalizza a proprio uso le dimensioni umane dell’esistenza, a partire dalle quali, anziché il contrario, si deve pensare poi la fede cristiana. Non era però questa l’idea di Leone XIII.

E’ il caso allora di approfondire brevemente il cenno che abbiamo fatto a proposito del proselitismo. Lavorare nella società solo per i cattolici, dare assistenza solo ai cattolici e indurre a farsi cattolico per usufruire di aiuti e benefici sarebbe una inaccettabile forma di proselitismo. Se una associazione cattolica che distribuisce pasti ai senza tetto lo facesse solo per chi si dichiarasse cattolico sarebbe meschino proselitismo. La carità cristiana non si fa solo ai “tesserati” o agli “iscritti”. Questo è vero, però con due precisazioni.

Aprirsi alla carità per tutti non vuol dire censurarsi dall’esprimere la propria identità cattolica. Quella associazione che distribuisce pasti ai bisognosi non deve nascondere di essere cattolica e di farlo perché è cattolica, non deve tirar via dalle pareti i simboli cattolici e non deve tirarsi indietro, una volta stabilito un rapporto umano con i beneficiati, di fare loro anche la proposta cattolica, non come condizione per usufruire di servizi ma come frutto e sviluppo di un incontro.

La seconda precisazione è uno sviluppo di quanto ora detto. Pensare di influire sui costumi e le leggi di una società, sui provvedimenti e le scelte politiche viene interpretato spesso come basso proselitismo, come tentativo di accaparrarsi fette di potere “cattolico”, come volontà di mettere la propria bandierina su un ambito della società, come conquista anziché come servizio. Il proselitismo in questi casi – così si dice spesso – trasforma la fede in ideologia.

Più in generale, tornando a quanto detto sopra sul rapporto tra la Chiesa e il Mondo, si pensa che ogni pretesa della Chiesa di portare al mondo una luce che non nasca dal mondo stesso sia un proselitismo verso il mondo, non un annuncio ma una conquista.

Sappiamo però che così non è, perché si tratta, invece, di una liberazione. Nel mondo ci sono molte cose buone, frutto della creazione, della legge naturale che orienta tutte le coscienze che si lascino da essa condurre, dei “semi” che il Verbo, nella sua sapienza, ha seminato in tutto il genere umano, anche al di fuori dei confini anagrafici della Chiesa. Ma il mondo è anche in mano al “Principe di questo mondo” e, come tale, ha bisogno di salvezza piuttosto che capace di darsela e di darla. Diffondere l’annuncio della liberazione di Cristo nel mondo non è allora indice di proselitismo ma di evangelizzazione, di cui la Dottrina sociale della Chiesa è strumento ed espressione.

Leone XIII ci ha dato così lo spunto per fare delle riflessioni importanti anche per noi oggi e per voi che volete conoscere meglio la Dottrina sociale della Chiesa e impegnarvi nella società e nella politica. Il fatto di non poter collaborare sempre con tutti e quello di evangelizzare mostrano che l’impegno cattolico alla luce della Dottrina sociale della Chiesa non è generico umanesimo ma ha una sua profonda specificità.

Il governo Italiano fa approvare la legge sulle unioni civili. L’ora è di smarrimento, ma la speranza non va perduta.

Comunicato dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân
sulla dottrina sociale della Chiesa
a firma del direttore Stefano Fontana
http://www.vanthuanobservatory.org

Nel pomeriggio di ieri, mercoledì 11 maggio 2016 la Camera ha approvato in via definitiva il disegno di legge Cirinnà sulle Unioni civili. A meno di un atto del Presidente della Repubblica che può rinviare le leggi approvate al Parlamento, atto possibile ma improbabile, l’Italia ha quindi una legge che riconosce giuridicamente le convivenze di fatto tra persone eterosessuali e la unioni civili tra persone omosessuali. La coppia omosessuale è completamente paragonata alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Lo stralcio della stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner) dal testo della legge non ha modificato l’impianto generale della stessa e, anzi, sarà prossimamente fonte di altre preoccupazioni avendo il governo annunciato di voler rivedere la legge sull’adozione, appunto per permetterla alle coppie omosessuali. Il contenuto della legge ha gravissime conseguenze sociali. Il matrimonio e la famiglia sono potenzialmente distrutte. Tutto l’ordinamento giuridico, da una legge nazionale fino al regolamento di una scuola, dovrà essere inteso d’ora in poi come applicabile ad ogni tipo di famiglia. Tutte le politiche familiari – fiscali, abitative, scolastiche, giovanili, sanitarie …, dovranno essere svolte indifferentemente per le coppie eterosessuali sposate e con figli e per le coppie omosessuali naturalmente non fertili. L’omosessualità viene considerata utile per il bene comune e, quindi, dovrà essere insegnata nelle scuole accanto ad altre forme di relazione sessuale. Già oggi lo si fa non palesemente, ma di fatto. Da domani lo si dovrà fare di diritto. La società viene concepita non come originata dalle famiglie, ma come una somma di individui che hanno diritto al riconoscimento dei loro desideri, qualsiasi essi siano, al di fuori di ogni norma naturale. Tra il potere politico che riconosce questi diritti e le lobbies che li promuovono si è stabilita una saldatura potente che stritolerà chiunque si ponga in mezzo. Non sarà più possibile parlare di bene e di verità nella sfera pubblica. La strada è aperta all’approvazione di altre leggi nefaste e ingiuste, che stavano aspettando il lasciapassare della Cirinnà. Il ddl Fedeli, per esempio, che renderà obbligatorio l’insegnamento gender nelle scuole. Oppure il ddl Scalfarotto che impedirà di dire in pubblico ciò che si pensa a proposito dell’omosessualità e dell’omosessualismo. Si arriverà, come già ricordato sopra, all’adozione dei minori da parte di coppie omosessuali e, tramite la fecondazione eterologa, ormai completamente sdoganata dalle sentenze giudiziali e dalla Corte costituzionale, a forme di “famiglia” aperta e incrociata all’interno della quale i legami naturali saranno solo un ricordo. La legge approvata dal Parlamento è ingiusta, dannosa, tragicamente contraria al bene della persona, della famiglia e della società. Il Presidente del Consiglio si dichiara cattolico. L’onorevole Boschi, ministro per i rapporti con il Parlamento si dichiara ripetutamente cattolica e, sono parole sue, “formatasi alle Giornate della gioventù volute da Giovanni Paolo II”. Molti onorevoli del Partito Democratico si dicono cattolici e i giornali li chiamano in gergo cattodem. In aiuto al governo in occasione della votazione al Senato sono giunti i parlamentari del gruppo guidato da Alfano, che si dicono cattolici. Molti deputati che hanno votato contro la legge Cirinnà appoggiano però il governo e continueranno ad appoggiarlo nonostante il loro voto contrario alla legge in questione. Questo panorama è squallido e indecoroso. Molti cattolici ne sono scandalizzati. Durante il lungo percorso parlamentare del ddl Cirinnà, la base cattolica, e non solo, del nostro Paese si è mobilitata dando vita a due Family Day nel giugno 2015 e nel gennaio 2016. Le persone semplici che si sono assunte questo onere hanno salvato la faccia del mondo cattolico e il buon nome dell’Italia. Molte associazioni non si sono mai mobilitate e si sono adattate agli avvenimenti, quando non li hanno esse stesse promossi. Da parte della gerarchia ecclesiastica è prevalso il silenzio, quando non una comunicazione fuorviante. Nessuna traccia della Nota che i Vescovi avevano pubblicato nel 2007. Molti documenti del magistero, come la Nota della Congregazione della Dottrina della fede del 2003, sono stati trascurati o dimenticati. Il governo è arrivato a far approvare la legge sulle Unioni civili con una arroganza politica mai vista in precedenza. Sia al Senato prima sia alla Camera poi, ha posto la fiducia. Fatto assolutamente inusitato, trattandosi di una legge ad alto contenuto etico ed antropologico che chiamava direttamente in causa la coscienza dei parlamentari. La posizione della fiducia ha impedito il confronto parlamentare e ha obbligato i parlamentari ad un voto politico. Così la politica ha schiacciato l’etica. Il governo ha completamente impedito una seria discussione parlamentare anche evitando di far passare il testo di legge in Commissione o blindandone il testo. Non era mai capitato prima, sicché molti osservatori hanno espresso vivo allarme per la democrazia. In quest’ora drammatica e pericolosa, mentre non possiamo sperare niente dalle coscienze, anche cattoliche, che hanno deciso di adattarsi al vincitore di oggi e al pensiero unico di cui è portatore, la speranza può venire sia da un residuo di uomini politici che si sono finora opposti alla legge sulle unioni civili in Parlamento, spesso con grave sforzo personale e disagio, sia dalla coscienze più avvertite presenti nel Paese. E’ auspicabile che i primi diano corpo a iniziative politiche condivise e traversali anche puntando su prossimi appuntamenti referendari; i secondi si uniscano e si mobilitino per far sentire che il Paese reale non corrisponde a quello delle lobbies e delle gerarchie del Palazzo. La speranza ultima però viene dalla fede nell’aiuto del Signore e dall’uso delle forze della ragione che Egli ha posto in tutti noi. Nei momenti di sbandamento generale bisogna aggrapparsi con maggiore forza a ciò che conta e lì ritrovare la forza e il coraggio di riprendere la lotta.

Nuova Sessione della Scuola di Dottrina Sociale della Chiesa a Trieste

I cattolici in politica e le nuove guerre di religione

Prolusione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi all’inaugurazione della Scuola diocesana di Dottrina sociale della Chiesa 

Anno 2016

Seminario Vescovile, Trieste, 5 marzo 2016

Il nostro incontro di oggi riguarda due avvenimenti. Il primo è la presentazione del VII Rapporto della Dottrina sociale della Chiesa dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân (Cantagalli, Siena 2016) che quest’anno ha per titolo “Guerre di religione, guerre alla religione”. Di questo ci parlerà in modo particolare la dottoressa Anna Bono. Il secondo avvenimento è la conclusione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per l’impegno sociale e politico, che si è svolta lungo il 2015 e l’avvio della nuova edizione della Scuola che comincerà il prossimo 17 marzo. In questa occasione vorrei dunque proporvi qualche riflessione che tenga uniti ambedue questi eventi. Cominciando dal primo, non posso non riferirmi ad eventi politici e legislativi accaduti nei giorni scorsi e che hanno scosso in profondità la politica italiana. Mi riferisco all’approvazione della legge sulle unioni civili. Essa è stata anche un banco di prova per la presenza dei cattolici in politica, banco che ha fornito gravi elementi di forte delusione e di viva preoccupazione per il futuro. Proprio nei giorni del dibattito in aula era uscita su un settimanale nazionale una mia intervista. Alla domanda se i cattolici in politica ci fossero ancora, avevo risposto che ci sono ancora, ma non ci vedono molto. Dopo la votazione in Senato dovrei rivedere in negativo la prima parte della mia risposta. Ora sarei molto meno sicuro di dire che ci sono ancora. A questa intervista, il settimanale aveva messo un titolo piuttosto negativo: “Quanti danni dai cattolici in politica”. Subito avevo considerato questo titolo eccessivo, ma dopo la votazione sulla Cirinnà devo riconoscere che era invece realistico, purtroppo. Durante la votazione a Palazzo Madama abbiamo assistito a molti atteggiamenti indecorosi da parte di molti senatori cattolici (di “cattolici senatori” credo che non ce ne sia più nemmeno uno). Qualcuno di loro ha perfino chiamato a testimone del proprio voto Giovanni Paolo II, con una citazione corsara del paragrafo 73 della Evangelium vitae. Altri hanno rispolverato il trito (e falso) argomento del “male minore” che avrebbe evitato il male maggiore. Altri ancora si sono intestati meriti che non esistono, come aver evitato l’adozione per le coppie omosessuali. La legge approvata è una pessima legge. Le pessime leggi non sono solo norme astratte sbagliate, ma danno vita a pessimi rapporti sociali, producono sofferenze e ingiustizie sulla pelle delle persone. E questa pessima legge è stata approvata con il voto decisivo dei cosiddetti “cattolici”. Cari amici, davanti a questa situazione bisogna che ci parliamo chiaramente. La legge appena approvata contraddiceva fondamentali principi della legge morale naturale. L’esigenza insopprimibile che il cattolico impegnato in politica non deluda le richieste della legge morale naturale fa parte integrante della dottrina della nostra fede. E’ presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica e in moltissimi insegnamenti precedenti e successivi. Pensare che i dieci comandamenti – che secondo il Catechismo rappresentano una “espressione privilegiata” della legge naturale (CCC n. 2070) – possano essere messi da parte in politica, distorce la dottrina della fede cattolica. Se a questo siamo ormai arrivati nella pratica di moltissimi cattolici impegnati in politica, vuol dire che dobbiamo ripartire dai fondamenti e che non possiamo più dare nulla per scontato. Quando non si tiene conto di un limite morale insuperabile dell’azione politica e lo si supera, in seguito verranno superati anche altri limiti, che oggi non sono all’ordine del giorno ma lo diventeranno domani. Chi oggi accetta le unioni civili omosessuali e le equipara alla famiglia commette una grave ingiustizia e si prepara a commetterne altre in futuro. Se non ci sono criteri per votare contro l’unione omosessuale, perché dovrebbero esisterne, domani, per votare contro l’adozione? E perché dovrebbero esisterne dopodomani per votare contro l’utero in affitto? Non facciamoci ingannare. Chi sposta oggi in avanti il limite del lecito, domani lo sposterà ancora un po’ più avanti, e così via. Se è nelle nostre mani infrangere oggi un principio della legge morale naturale, non si capisce perché non possa essere nelle nostre mani infrangerne un altro domani. Si avvia così un processo che si fermerà solo ad un punto: quando saranno resi non negoziabili i principi contrari a quelli non negoziabili; quando diventerà obbligatorio non rispettare i principi della legge morale naturale. A quel punto, però, il sistema totalitario sarà completato. Quanto ho finora detto ha una importanza fondamentale per la Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per l’impegno sociale e politico della nostra diocesi. A cosa serve formare dei cattolici in modo talmente generico e debole da dover sopportare poi il loro “sì” a leggi pessime? Dobbiamo formare cattolici che in politica, come titolava la mia intervista, non solo non “producano danni” ma costruiscano nel bene e non si tirino indietro quando c’è da scarificare anche qualcosa di proprio. La volontà, scriveva Benedetto XVI nella Spe salvi, deve avere davanti a sé la ragione che le indica il vero, e la ragione deve avere davanti a sé la speranza cristiana che dà la forza del sacrificio per il rispetto della verità. La Scuola della nostra diocesi ha un compito preciso: formare laici cattolici che, al momento della prova politica, non si dimentichino di essere cattolici e di avere alle spalle la Chiesa con i suoi insegnamenti, compresa la difesa della legge morale naturale, ossia del progetto di Dio Creatore sulla comunità umana. Chi la nega o non la rispetta, dovrebbe dirci con cosa intenda sostituirla come criterio per discernere il bene e il male nelle relazioni sociali che non sia solo la ragione del più forte.

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Questo mi permette di trattare ora il secondo aspetto di questa giornata, la presentazione del Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa e il suo tema centrale: le nuove guerre di religione. Vorrei farlo – come dicevo all’inizio – ponendolo in relazione con il primo argomento che ho appena esaminato. Richiamo ancora una volta il titolo del Rapporto: “Guerre di religione, guerra alla religione”. Il tema che sottostà alle argomentazioni del Rapporto è la verità delle religioni e l’esistenza di una religione vera. Benedetto XVI a Regensburg nel 2006 aveva detto che ciò che non è conforme alla ragione non viene dal vero Dio. La guerra, a parte alcuni casi particolari che la morale cattolica ha sempre contemplato, non è conforme a ragione e ancora meno lo è la violenza scriteriata dei nuovi califfati e di chi sta loro dietro. Le guerre terroristiche, le guerre asimmetriche, le guerre che colpiscono i civili, le guerre che vendono e violentano le donne e i bambini non vengono dal vero Dio. Al contrario, viene dal vero Dio la religione dei martiri cristiani che in tutto il mondo sono vittime di una guerra non dichiarata – come sono ormai tutte le guerre dei nostri giorni. La religione cristiana si dimostra “dal volto umano”, come disse Benedetto XVI a Verona nel 2006, anche per questo: è testimoniata dai martiri e non dai carnefici. L’autorità politica dovrebbe distinguere tra le religioni, anche a seguito della triste realtà delle nuove guerre di religione. Ma non lo fa, e continua a porre sullo stesso piano tutte le religioni, considerandole tutte come qualcosa di irrazionale. In questo modo, l’autorità politica non corre in aiuto dei cristiani perseguitati nelle varie parti del mondo, accoglie indiscriminatamente nel proprio territorio le varie religioni senza tenere in conto le esigenze del bene comune, non protegge al proprio interno la religione cristiana, che pure è fortemente intrecciata con la storia e la civiltà occidentali. L’autorità politica rinuncia a porsi il problema della verità (o falsità) umana delle religioni e nei loro confronti si pone quindi come moralmente “disarmata”. E’ per questo che essa importa le nuove guerre di religione nei propri confini, ospita e assistenzializza comunità religiose non integrate e addirittura antagoniste, coltiva dentro le proprie case i terroristi immigrati di terza generazione. Cosa lega questa debolezza dell’Occidente verso le nuove guerre di religione e il crollo dei cattolici in politica di cui ho parlato sopra? Venendo meno al loro dovere di difendere in pubblico il creato e l’ecologia umana, i cattolici impegnati in politica favoriscono la corrosione del senso dell’umano nella vita sociale e, così facendo, collaborano alla corrosione del senso del divino. Negare la verità dell’uomo comporta negare la verità di Dio. Il fine ultimo delle leggi contro la vita, la famiglia, la procreazione è la negazione di Dio, verso cui tutto il resto è strumentale. Dopo la “morte di Dio” abbiamo conosciuto la “morte dell’uomo” e ora stiamo assistendo alla “morte della natura”. Ma è vero anche il contrario: negare la natura significa negare l’uomo e, da ultimo, negare Dio. L’intento “religioso” di leggi come quelle appena approvate nel nostro Paese è evidente. Meno plausibili sono le motivazioni con cui i politici cattolici vi hanno collaborato. E’ in atto in occidente una guerra alla religione, specialmente alla religione cattolica, che si attua non solo direttamente, impedendone molte manifestazioni pubbliche, ma soprattutto indirettamente, diluendo, fino a scioglierli, i presupposti naturali della religione stessa. La lotta alla religione cattolica indebolisce l’occidente nei confronti delle guerre di religione, oggi molto pugnaci al suo esterno ma anche al suo interno. Questo è il quadro in cui si inserisce l’avvio della seconda edizione della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa nella diocesi di Trieste. Una Scuola impegnativa non solo per i quattordici incontri, divisi in due Sessioni, in cui è articolata, ma per le finalità a cui vuole volgere l’impegno di chi la frequenta.